A Villa Bardini un viaggio inedito tra le collezioni fiorentine del Novecento

La rassegna si inserisce nel progetto Piccoli Grandi Musei

Inaugurata oggi a Villa Bardini la mostra “Toscana ’900. Da Rosai a Burri. Percorsi inediti tra le collezioni fiorentine” a cura di Lucia Mannini e Chiara Toti. L’esposizione si inserisce nel progetto di marketing territoriale Toscana ’900 – Piccoli Grandi Musei che è promosso e organizzato da Ente Cassa di Risparmio di Firenze e Regione Toscana, in collaborazione con la Consulta delle Fondazioni di origine bancaria della Toscana. Alla cerimonia sono intervenuti il Presidente dell’ Ente Cassa di Risparmio di Firenze Umberto Tombari, il Vice Presidente e assessore alla cultura della Regione Monica Barni, il Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Arturo Lattanzi in rappresentanza della Consulta delle Fondazioni bancarie della Toscana, il Direttore scientifico del progetto Carlo Sisi.

La mostra (aperta da domani al 10 gennaio) intende riportare l’attenzione su alcune delle realtà cittadine che accolgono e tutelano collezioni del ’900 normalmente non esposte e accessibili al pubblico. Sono biblioteche, archivi, istituzioni destinate alla formazione, allo studio e alla ricerca, oppure collezioni di origine bancaria o raccolte private alle quali si deve la conservazione in luoghi significativi della vita sociale e culturale della città di un patrimonio ricco ma “silenzioso”. Il percorso espositivo è diviso in due sezioni.

Nella prima sono contemplate le raccolte di cinque importanti istituzioni fiorentine presenti con opere di differenti tipologie, provenienti da altrettanti differenziate vicende collezionistiche. Le sale più vaste accolgono la raccolta di origine bancaria del Monte dei Paschi di Siena, che ospita nelle proprie sedi – soprattutto tra Firenze e Siena – fondi oro e dipinti dei maggiori rappresentanti dell’arte senese dal XIV al XIX secolo, ma anche un vasto nucleo di dipinti novecenteschi, arricchitosi soprattutto in seguito all’incorporazione della collezione di Banca Toscana. Se di Felice Carena è la celebre grande tela che raffigura una lezione accademica di nudo – nella quale sono forse ritratti gli stessi colleghi del pittore all’Accademia di Belle Arti di Firenze –, di Rosai sono opere fondamentali come I giocatori di Toppa, esempio di quella critica alle convenzioni borghesi che si esprimeva attraverso lo scelta del popolo come soggetto principale della propria pittura e di una stile scarno e antiaccademico a sottolinearne il carattere allo stesso tempo toscanissimo e universale. Di quel candidissimo pittore delle essenze che fu Donghi le Donne per le scale, esempio di quel “realismo magico” che caratterizza molta pittura italiana tra le due guerre, mentre di Severini uno dei pannelli dipinti nel 1928 per l’abitazione parigina del mercante Léonce Rosenberg, incentrato sul tema del circo e delle maschere italiane caro al pittore in questi anni. E poi anche nature morte (un singolare De Pisis) e paesaggi (un raro Morandi) offrono dimostrazione di una coerenza di scelte collezionistiche, da cui esula inaspettatamente un’opera giovanile di Burri, una tela realizzata con frammenti di stoffe.

Dall’Archivio Bonsanti del Gabinetto Vieusseux sono esposte opere provenienti da quattro fondi, selezionate secondo un filo tematico che ha nel ritratto l’evocazione di personalità del mondo dell’arte e della cultura. Decenni di frequentazioni di artisti, musicisti e letterati si intuiscono dai piccoli ritratti delineati da Leonetta Pieraccini, moglie del critico Emilio Cecchi, mentre intensi e pregnanti sono i gessi con i quali Quinto Martini plasma i volti e le attitudini di maestri e amici; se i ritratti di Adriana Pincherle costituiscono al Vieusseux quasi una galleria di uomini illustri, l’incessante indagine di Pier Paolo Pasolini sul suo volto sono esempio di una modalità di espressione seriale che si estende anche all’effigie del suo maestro, Roberto Longhi. Sono testimonianze preziose del tenore di una stagione come scrive Antonio Paolucci: “A scorrere i fulminei ritrattini di Leonetta Cecchi Pieraccini a inchiostro su carta dei grandi del Novecento (Malipiero e Ungaretti, Montale ed Eliot, Pirandello e Nino Rota), sostando di fronte all’imprevisto e imprevedibile ritratto caricaturale che Roberto Longhi fece del suo antagonista Emilio Cecchi, o ai gessi di Quinto Martini dedicati ad Ardengo Soffici e a Luigi Dallapiccola, ci si rende conto di quale straordinaria stagione, popolata di avventurosi talenti, è stato il Novecento artistico a Firenze”.

A questo clima stimolante si deve anche la formazione della vasta collezione di disegni dell’Accademia, creatasi negli anni Trenta grazie alla “chiamata agli artisti” da parte di Felice Carena e qui rappresentata da una selezione incentrata sul tema della figura e del nudo, con fogli di Casorati, Morandi, Sironi, Marini. La mostra di Villa Bardini si presenta anche come un’occasione importante di rilancio di questa raccolta, da un lato attraverso il restauro dei disegni presenti in mostra (da parte dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze), dall’altro attraverso l’impegno dell’Accademia di Belle Arti per un nuovo aggiornamento della collezione che ha visto recentemente giungere un intenso foglio di Lorenze Bonechi, donato nel 2015 da Stefania Papi in ricordo  del marito già allievo dell’Accademia, e un progetto di Gianfranco Baruchello in via di acquisizione.

Di tutt’altra origine e provenienza la vasta collezione di edizioni d’arte e libri d’artista della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze: formatasi grazie alla passione collezionistica di un privato, Loriano Bertini, in ragione della sua importanza e ampiezza è stata acquistata in blocco nell’anno 2000 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e affidato alla biblioteca. Già allora definito da Paolucci come il “fondo numericamente più cospicuo e storicamente più importante di libri d’autore del Novecento oggi proprietà dello Stato italiano”, esso attraversa tutta la storia dell’arte occidentale. La selezione – con nomi che vanno da Depero a Munari, da Kandinskij a Picasso, da Duchamp a Dalì, da Fontana a Warhol – è presentata a dare misura non solo della qualità e vastità di una collezione solitamente accessibili solo agli studiosi, ma soprattutto di quello che fu il livello s di creatività raggiunto nel Novecento dalla cooperazione tra scrittori e illustratori sotto l’egida di illuminati editori.

Il percorso presenta anche una scelta di pezzi storici testimoni dell’attività dell’Istituto d’Arte di Porta Romana tra anni Venti e Trenta, il momento in cui ha costruito la propria fama. Ogni classe di insegnamento ha infatti conservato la propria collezione di eccellenze: sculture realizzate nei materiali più diversi, ceramiche, tessuti, oggetti d’oreficeria, disegni, stampe, mobili, fotografie, pitture e vetrate costituiscono un ricco patrimonio che viene evocato in questa mostra con alcuni esemplari tra i più celebri, almeno per gli anni qui presi in considerazione, delle classi di scultura, oreficeria e tessile. Come nel caso dell’Accademia di Belle Arti, l’esposizione è stata occasione per porre mano al restauro di alcuni gessi storici, tra cui il gruppo delle “Giraffe”, esempio del gusto del raffinato gusto europeo improntato alla lezione di Libero Andreotti che dell’Istituto fu direttore dagli anni Venti.

Nella seconda sezione è raccolta un’ampia sezione dedicata al collezionismo privato, da sempre filtro e integrazione alle raccolte museali. Sebbene oggi donazioni di intere collezioni private, aperture di nuove sedi museali e incalzanti appuntamenti espositivi rendano l’arte del XX secolo molto più visibile, alcune mura domestiche custodiscono un patrimonio prezioso, spesso inedito e insospettato per una città come Firenze, che può andare convenientemente a integrare quello esposto nei musei. La presente mostra, che ha sottesa l’ambizione di mostrare (o dimostrare) quanto a Firenze sia ampio e vario il patrimonio d’arte del Novecento non esposto e non visibile ai più, non poteva dunque rinunciare a contemplare un segmento costruito con quanto di più “non musealizzato” la città possa offrire: cioè la collezione privata. La disponibile generosità dei collezionisti interpellati ha consentito di creare un piccolo ma significativo percorso impostato secondo un andamento cronologico, nel quale si rispecchia quella compresenza, riscontrata nelle raccolte, di artisti italiani di fama internazionale con altri toscani di apertura e rinomanza nazionale con opere significative di primo Novecento (Balla, De Chirico, Soffici) e incursioni nella creatività della seconda metà del secolo con Manzoni, Pascali, Fontana e Castellani. Nella sezione sono anche significative presenze di opere di artisti stranieri quali Picasso, Moore e Yasuda, in gran parte dovute a particolari legami che questi hanno avuto con la città.